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Assemblea Nazionale Elettiva Spif Ar - Il nuovo direttivo Nazionale

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Si è conclusa, domenica 21 maggio 2017 l'Assemblea Nazionale Elettiva Spif Ar.

Con il totale consenso dei delegati presenti, è stato riconfermato, alla guida del Sindacato Professionale Italiano Fisioterapisti Area Riabilitativa, in qualità di Presidente, il dott. Antonio Cartisano.


Segretario Nazionale: dott. Roberto Ferrara
Tesoriere: dott. Francesco Bisesi
Ufficio Giuridico: dott.ssa Giovanna Di Fiore
Sanità pubblica e Privata: dott. Sebastiano Reale
Libera Professione ed contrasto Abusivismo: dott.  Giampiero Lorenzo Ricucci
Formazione: dott. Elvino Matassa
Coordinamento Regioni: dott. Nicola Castelluccio



Spif Ar Sicilia chiede un immediato incontro con il Direttore Generale di un'ASP Siciliana per denunciare le illiceità di un'ADI

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In data odierna, e poche ore dopo la conclusione dell'Assemblea Nazionale elettiva Spif Ar, il Segretario Regione Sicilia, ha inoltrato al Direttore Generale dell'ASP di...., una nota di richiesta di incontro urgente, per denunciare l' illiceità da parte di una cooperativa, non soltanto nel continuo utilizzo di false partita iva ma, anche nell'indurre suddetti professionisti, ad effettuare 50 ore di lavoro settimanali....

Abbiamo omesso volontariamente il nome degli interessati, per questioni di riservatezza e poichè ci attendiamo un risvolto POSITIVO della questione.

Ricordiamo che, le norme insistenti, NON consentono l'utilizzo delle Partite iva e,il perdurare di tale situazione, potrebbe far revocare IMMEDIATAMENTE, da parte dell'ASP e/o ASL, la convenzione con il servizio.

Vi terremo aggiornati invitandovi ad unirvi allo Spif Ar.





Nell'assemblea di Noto (SR) la Dott.ssa Rita Bufalino è stata eletta segretaria prov.le Spif Siracusa.

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Una numerosa presenza di colleghi e la bellezza del palazzo Trigona a Noto SR capitale del barocco siciliano, ha fatto da cornice all’assemblea provinciale dello Spif, naturalmente grazie alla disponibilità ed alla sensibilità nei nostri confronti mostrata dalla Amministrazione Comunale .
I lavori si sono aperti con i saluti del dott. Francesco Locicero Segretario Regione Sicilia, il quale dopo aver elencato le battaglie portate avanti dallo Spif Sicilia ( false partite iva, abusivismo , accreditamento diretto) ha posto l’attenzione su uno dei punti dolenti che contraddistingue la nostra professione e cioè l’individualismo e la poca partecipazione alla vita sindacale con conseguente disgregazione che poi fa perdere forza alla categoria. Per cui lo stesso ha sottolineato l’importanza di fare gruppo di unirsi attorno allo Spif ( unico sindacato di categoria) di farlo crescere di modo da acquisire maggiore credibilità ai tavoli istituzionali. La parola d’ordine è stata “lottare” poiché “ chi lotta può perdere ma chi no lotta ha già perso”.

A seguire ha parlato il Responsabile Nazionale Sanità Pubblica e Privata il dott Sebastiano Reale il quale ha parlato delle leggi che regolamentano la vita sindacale quindi la costituzione delle rsa o rsu delle competenze del sindacato .
Dopo il coffe break servito in una splendida terrazza del Palazzo ha preso la parola il Tesoriere Nazionale dott. Francesco Bisesi il quale ha fatto un escursus normativo sulla professione riabilitativa, da arte ausiliaria a professione sanitaria con tutti gli oneri ed onori che comporta .

Ha chiuso i lavori seminariali il Segretario Nazionale dott Roberto Ferrara che, in maniera impeccabile, ha affrontato l’argomento della cartella riabilitativa e della sua importanza dal punto di vista medico legale oltre a fornire ai numerosi colleghi presenti, informazioni circa i lavori parlamentari del ddl concorrenza e degli emendamenti sul ddl istitutivi degli ordini professionali.

Concluso il seminario il Segretario Regionale, aprendo i lavori assembleari e presiedendo l’assemblea elettiva della provincia di Siracusa, ha invitato nuovamente i colleghi a lavorare attivamente sul territorio e portare lo Spif in tutti gli angoli della propria provincia.

A seguito del dibattito la votazione ha portato l’elezione della dott.ssa Rita Bufalino come segretaria prov.le Spif Siracusa.

Buon lavoro Rita con paso adelante













MASSOFISIOTERAPISTI E CONSIGLIO DI STATO: NESSUN DIRITTO INDIVIDUALE ALL'AMMISSIONE AL III ANNO E NESSUNA PRETESA D'ISCRIZIONE IN SOVRANNUMERO

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Con Sentenza del Consiglio di Stato del 27 aprile 2017,  è stata respinta l'istanza da parte dei ricorrenti massofisioterapisti, volta ad ottenere la riconversione creditizia del titolo di massofisioterapista triennale, la valutazione e la conversione dei crediti formativi e la consequenziale iscrizione al terzo anno del corso di laurea in Fisioterapia dell’Ateneo Università degli Studi Milano Bicocca.




Welfare Aziendale alla SSR di Messina : Lo SPIF AR c’è

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Il 19 Aprile a Messina una delegazione dello Spif ar , formata dal  Segretario Nazionale  Dott Ferrara  Roberto dal responsabile nazionale Sanità Dott Reale Sebastiano dal Segtretario Regione Sicilia Dott. Locicero Francesco e dalla responsabile aziendale Dott.ssa Zappalà Patrizia, è stata convocata dalla SSR , Società Servizi Riabilitativi , per discutere e firmare l’accordo sul welfare aziendale.
Il welfare aziendale costituisce un insieme di benefit, di prestazioni finalizzato soprattutto a superare la componente meramente monetaria della retribuzione al fine di sostenere il reddito dei dipendenti.
Lo spif ar con questo accordo pone un altro importante tassello nell’azione che sta portando avanti a difesa e sostegno della categoria
Un grosso plauso va senz’altro alla SSR che si pone come unica azienda in Sicilia e tra poche nel sud Italia a portare avanti il welfare aziendale. Inoltre si sono poste le basi con l’amministrazione per un prossimo incontro per parlare di CIA ( contratto integrativo aziendale).






“Mala tempora currunt” e “Bruschi risvegli”, fiscali e di giustizia amministrativa, per i massofisioterapisti post ’99

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Dopo il poderoso “montante”, sferrato dal MIUR sul ring dell’Università di Foggia, che ha messo al tappeto la vergognosa furbata con cui si voleva far diventare Fisioterapisti circa 200 massofisioterapisti post ’99, facendoli benevolmente iscrivere al 3° anno del Corso di Laurea in Fisioterapia, “mala tempora currunt” ancora, per questi operatori di interesse sanitario con nessuna autonomia.

Sono infatti, questi, tempora di Dichiarazione dei Redditi delle Persone Fisiche e l’Agenzia delle Entrate (Direzione Centrale Normativa – Direzione Centrale Gestione Tributi), con la Circolare n.7/E del 4 aprile scorso, ha messo a disposizione di contribuenti, commercialisti e Centri di Assistenza Fiscale (CAF), una “Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relativa all’anno d’imposta 2016: spese che danno diritto a deduzioni dal reddito, a detrazioni d’imposta, crediti d’imposta e altri elementi rilevanti per la compilazione della dichiarazione e per l’apposizione del visto di conformità”. Un papiro di ben 324 pagine.

Nella parte in cui si tratta della detraibilità ai fini fiscali delle Spese Sanitarie, ecco che, alle pagg. 27 e 28, è possibile leggere quanto segue:

“Le spese sostenute per le prestazioni sanitarie rese alla persona dalle figure professionali elencate nel DM 29 marzo 2001, sono detraibili anch’esse senza necessità di una specifica prescrizione medica (ad esempio fisioterapista, dietista). La prescrizione medica non viene richiesta nell’ottica di semplificare gli adempimenti fiscali per i contribuenti, ma ciò non implica, né sul piano normativo né sul piano del concreto esercizio delle professioni sanitarie, alcuna legittimazione allo svolgimento di attività sanitarie in difformità alle disposizioni legislative e regolamentari che le disciplinano. Ai fini della detrazione, il contribuente deve essere in possesso di un documento di certificazione del corrispettivo rilasciato dal professionista sanitario dal quale risulti la figura professionale che ha reso la prestazione e la descrizione della prestazione sanitaria resa. Le prestazioni del massofisioterapista sono detraibili solo se rese da soggetti che hanno conseguito entro il 17 marzo 1999 il diploma di formazione triennale. La detrazione spetta a condizione che nel documento di spesa, oltre alla descrizione della figura professionale e della prestazione resa, sia attestato il possesso del diploma a tale data (Circolare 24.04.2015 n. 17, risposta 1.1). Le prestazioni rese da massofisioterapisti che hanno conseguito il diploma successivamente a tale data non sono detraibili, neanche in presenza di una specifica prescrizione medica.”

Per il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e per il Ministero della Salute (vedasi vicenda di Foggia) si tratta “…di soggetti in possesso di titolo ritenuto equipollente, senza che ne ricorrano i presupposti di legge……”

Per il Ministero delle Finanze, cui fa capo l’Agenzia delle Entrate, è più che mai cogente, non può essere derogata, non ammette dubbi o perplessità, la data del 17 marzo 1999 come data limite, spartiacque, confine, oltre la quale non hanno alcun valore abilitante i diplomi di massofisioterapista conseguiti successivamente…….

Ed infine, è fresca di pubblicazione (mercoledì 12 aprile), una Sentenza del TAR Lazio (riportata in calce), che manda ancora a tappeto le loro illusorie aspirazioni e potrebbe creare non pochi problemi anche all’Istituto Enrico Fermi di Perugia, che era intervenuto, nel ricorso presentato, “ad opponendum”. Un controsenso, visto che poi il Tribunale gli ha dato poi ragione.

La sentenza, in buona sostanza, rigetta il ricorso, presentato da un sedicente Comitato Europeo Massofisioterapisti (C.E.M.), contro il Ministero della Salute, colpevole, a loro dire, di non provvedere alla determinazione della “figura professionale del massofisioterapista” in ottemperanza al d.m. 10 luglio 1998 e del relativo corso di formazione. Provvedimento, questo, meglio conosciuto come “Decreto Bindi” che, a due anni esatti dalla chiusura dei corsi per Massofisioterapisti, che da norma dovevano terminare il primo gennaio 1996, aveva riaperto i corsi, ma solo per i ciechi.

Il TAR,nel dichiarare inammissibile il ricorso (e si leggano le motivazioni), ha voluto fare anche alcune precisazioni e, entrando nel merito, ha affermato che:

– la riforma del Titolo V della Costituzione, del 2001, ha portato ad un mutamento copernicano delle competenze legislative e regolamentari;

– è mutata la stessa natura del massofisioterapista, che da “professione sanitaria (ausiliaria ndr) è scalato ad “operatore di interesse sanitario”;

– l’abrogazione del d.m. 7 settembre 1976, considerato da sempre il profilo professionale del massofisioterapista, abrogazione avvenuta nel 2010 e quella del d.m. 17 febbraio 1997 n. 105, decreto della Pubblica Istruzione, che in qualche maniera lo aveva sostituito, abrogato anch’esso, come citato nella sentenza del TAR Lazio, hanno di fatto “svuotato” il d.m. 10 luglio 1998 e reso inesigibili i “desiderata” del sopracitato Comitato Europeo Massofisioterapisti. Di notevole rilevanza l’abrogazione del d.m. 17 febbraio 1997 n. 105, perché potrebbe togliere l’unico appiglio alla prosecuzione della formazione di un operatore che, all’improvviso, scopre di non avere una sua identità, nonostante questo decreto sia presente sui “diplomi” rilasciati da chi non ha voluto sospendere la formazione nel 1996.

Molti di coloro che, in buona fede, hanno acquisito questo titolo, pensando di comprare una Ferrari, si potrebbero trovare ora tra le mani una Trabant e siccome tra di loro c’è anche gente con una solida cultura universitaria (SM), non mi meraviglierei se ne uscisse una azione collettiva contro chi non ha mantenuto le promesse.

Nel “Notiziario Professionale” del settembre 2000 di “Riabilitazione Oggi”, periodico di settore di cui ero a quel tempo Direttore Responsabile, venne pubblicato un pezzo, a firma del Collega Gianni Melotti, che, dopo 17 anni, sembrerebbe ora più che mai tornato d’attualità, dal titolo suggestivo ed emblematico: “Equipollenze e bruschi risvegli”, che così iniziava: “Il decreto sull’equipollenza dei titoli pregressi ai Diplomi Universitari vede, non del tutto condivisa, per i fisioterapisti, l’equipollenza automatica di circa 500 massofisioterapisti che si sono diplomati in corsi triennali dopo la scuola media superiore in base alla legge 403 del 1971. Purtroppo però non tutte le Regioni si sono adeguate a quanto disposto in materia dalla legge 502/92, che prevedeva la soppressione di tali scuole dal primo gennaio 1996, e hanno continuato a formare massofisioterapisti, mantenendo in essere un pericoloso doppio canale formativo che ora, per legge, poteva essere riconosciuto equipollente al D. U. di fisioterapista.

A fare chiarezza e a dare un brusco risveglio dai sogni, è venuta una risposta del Governo ad una interrogazione parlamentare firmata dai Senatori Rebol, Lavagnini, Zilio, Monticone, Montanino e Rescaglio. In sostanza il Governo si dice al corrente che le Regioni Umbria, Marche e Puglia (gli interroganti aggiungevano anche la Lombardia, per casi nel bresciano e nel bergamasco, e il Piemonte, per una scuola della Croce Rossa), hanno attivato corsi “contra legem” e, di conseguenza, i titoli che saranno rilasciati sono da considerarsi irrilevanti ai fini della prescritta abilitazione professionale.

In conclusione tali titoli, recita la risposta del Governo, sia quelli eventualmente conseguiti al presente, sia gli altri in via di conseguimento, NON SONO TITOLI ABILITANTI E VALIDI quindi nemmeno equipollenti; ma, aggiungo io, se il Governo sapeva, perché ha permesso e continua a permettere che vengano conseguiti inutili pezzi di carta illudendo gli studenti e le loro famiglie…….”

“Mala tempora currunt”. - di Romualdo Carini, Fisioterapista e Giornalista Pubblicista

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Terza Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 12579 del 2016, proposto da:
Comitato Europeo Massofisioterapisti, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Nadia Corà C.F. CRONDA66C42C406K e Guido Paratico C.F. PRTGDU73D21C312H, con domicilio eletto presso l’avvocato Giulio Bellini in Roma, via Archimede, 138

contro

Ministero della salute, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria ope legis in Roma, via dei Portoghesi, 12

nei confronti di

AIFI – Associazione Italiana Fisioterapisti, non costituita in giudizio

e con l’intervento di

ad opponendum
Istituto Enrico Fermi, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Nicola Adragna C.F. DRGNCL60H27H501J e Milena Pescerelli C.F. PSCMLN70H58A944R, con domicilio eletto presso l’avvocato Nicola Adragna in Roma, lungotevere dei Mellini, 44

per l’annullamento

del silenzio inadempimento serbato dal Ministero della salute sulla richiesta di adozione del decreto ministeriale previsto dal d.m. 10 luglio 1998, con determinazione della figura professionale di massofisioterapista e disciplina del relativo corso di formazione, ed eventuale nomina di un commissario ad acta.


Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero della salute;

Visto altresì l’atto di intervento ad opponendum dell’Istituto Enrico Fermi;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 4 aprile 2017 il dott. Alfredo Storto e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

Col ricorso ex art. 117 c.p.a. in epigrafe il Comitato Europeo Massofisioterapisti chiede che venga dichiarata l’illegittimità del silenzio serbato dal Ministero della salute sulla diffida del Comitato ad adottare il decreto ministeriale, previsto dal d.m. 10 luglio 1998, per la determinazione della figura professionale di massofisioterapista e la disciplina del relativo corso di formazione.

Il Ministero della salute, che in un primo tempo non si era costituito in giudizio, a seguito dell’ordinanza istruttoria di questa Sezione n. 2742 del 23 febbraio 2017, si è difeso articolando difese in rito e in merito precedute da un ampio excursus normativo sulla materia e ha concluso per l’inammissibilità ovvero per l’infondatezza della domanda.

E’ intervenuto ad opponendum l’Istituto Enrico Fermi il quale ha preso conclusioni sovrapponibili a quelle della difesa erariale.

Osserva il Collegio come, in linea generale, sia esclusa l’ammissibilità dello speciale rimedio processuale avverso il silenzio inadempimento della pubblica amministrazione con riguardo all’adozione di atti amministrativi generali-regolamentari come quello del quale si discute, poiché strettamente circoscritto alla sola attività amministrativa di natura provvedimentale, ossia finalizzata all’adozione di atti destinati a produrre effetti nei confronti di specifici destinatari, il che non avviene per gli atti generali, i quali sono indirizzati ad una pluralità indifferenziata di destinatari, ancorché identificabili con una intera categoria professionale da riordinare, e non sono destinati a produrre effetti nella sfera giuridica di singoli soggetti specificamente individuati (cfr, ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 3 novembre 2015, n. 5015, 26 marzo 2014, n. 1460 e 22 giugno 2011, n. 3798; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 19 maggio 2015 n. 2797).

Tanto basta a dichiarare l’inammissibilità del ricorso in esame.

Tuttavia, non è inutile considerare ulteriormente come, nella specie e per quanto correttamente messo in luce dalla difesa erariale, si debba registrare, rispetto al quadro giuridico nel quale era collocato il d.m. sanità 10 luglio 1998 (il quale disponeva, all’art. 1, comma 2, primo periodo: «con decreto del Ministro della sanità, ai sensi dell’art. 124 della legge 31 marzo 1998, n. 112, sarà rideterminata la figura e il relativo profilo del massofisioterapista»), da un lato, un mutamento copernicano delle competenze legislative e regolamentari sopravvenuto nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione e, dall’altro, il mutamento della stessa natura del massofisioterapista, da professione sanitaria ad operatore di interesse sanitario, assieme all’abrogazione di una parte significativa del quadro normativo evocato dal ricorrente (d.m. 7 settembre 1976 e d.m. 17 febbraio 1997, n, 105), con la complessiva conseguenza del superamento della stessa previsione del d.m. 10 luglio 1998 per i fini invocati dal Comitato che oggi agisce in giudizio.

In definitiva, con riguardo a tale ultimo profilo, deve anche ritenersi insussistente – a prescindere da ogni ulteriore considerazione – una norma di legge che costituisca un obbligo di provvedere in capo all’Amministrazione evocata in giudizio.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo in favore del Ministero intimato, mentre possono essere compensate con l’interveniente.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile e condanna il Comitato Europeo Massofisioterapisti a rifondere al Ministero della salute le spese di giudizio che liquida in complessivi € 2.000,00 (duemila), compensandole invece con l’interventore.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 4 aprile 2017 con l’intervento dei magistrati:

Giuseppe Sapone, Presidente

Pierina Biancofiore, Consigliere

Alfredo Storto, Consigliere, Estensore



Da qui al 2035 serviranno 100mila sanitari in più, oltre al turn over

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Nei prossimi venti anni (fino al 2030-2035) al Servizio sanitario, pubblico e privato che sia, serviranno almeno 100mila professionisti in più secondo i calcoli delle Federazioni e delle associazioni che li rappresentano. Quasi tutti concentrati nelle professioni sanitarie dei cosiddetti “profili”: infermieri, tecnici sanitari, della riabilitazione ecc. Ma le Regioni frenano e secondo le loro stime il numero attuale, al massimo con circa 5mila unità in più in media, va bene così.
La situazione però non è uguale per tutti. La richiesta più alta è quella degli infermieri, che rappresentano anche la professione più numerosa e che arriva a chiedere oltre la metà dei 100mila nuovi professionisti per far fronte alle necessità emergenti del territorio. I medici frenano le nuove richieste e, semmai, spingono per avere più posti nelle specialità e lo sblocco del turn over senza il quale, essendo la professione più “anziana”, di qui a pochi anni rischiano un’emorragia di oltre 30mila professionisti senza sostituzioni. I farmacisti d'altro canto vorrebbero una marcia indietro: troppi laureati che fanno prevedere una disoccupazione tra venti anni di oltre 60mila unità: al massimo tra venti anni ne servirebbero 2-3000 in più mentre ora se ne laureano circa 4000 ogni anno.






LA REGIONE LOMBARDIA RICEVE SPIF AR

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Si è appena svolto questo giovedì a Milano presso la sede della Regione Lombardia un importante incontro tra l’Assessorato alla Salute e Spif Ar Lombardia. L’incontro riguardante alcune problematiche inerenti il mondo del lavoro e la riabilitazione hanno visto il colloquio tra il segretario regionale SPIF AR Dott. Gilberto Colombo e il delegato ufficiale dell’Assessore alla Salute il Dott. Antonino Bonaffini.

Riscontro positivo per quanto riguarda le “False Partite Iva” dato che il delegato regionale ha confermato che, nonostante i controlli di natura contrattualistica spettino primariamente all’ispettorato al lavoro, la Regione ha pur sempre potere di controllo sulla congruità operativa. E’ stata quindi mostrata disponibilità a volere approfondire l’argomento ed aggiornare la nostra OS su ulteriori sviluppi.

Invece appare ancora lontana un’univocità interpretativa della corretta attivazione dei SITRA, che appare demandata ad una pura diatriba dialettica sull’interpretazione delle leggi. Secondo la regione infatti la legge 23/2015 darebbe spazio alle libere decisioni del direttore se attivare o meno un dirigente per ogni area o un dirigente unico per tutte le aree. La Regione in questo argomento può solo fornire le linee d’indirizzo  lasciando alle aziende la potestà organizzativa dei POAS sulla base della capacità organizzativa interna.

Sempre di spettanza territoriale e non regionale risulta pure la problematica dell’apertura di studi privati da parte degli MCB. A scopo di una corretta tutela sanitaria sarà necessario informare le relative ATS provinciali (laddove non lo siano già) che questi profili di massaggiatori devono trovare spazi operativi già strutturati, senza poter fare richieste autonome d’apertura dell’attività. Questo a differenza della pubblicità ingannevole fatta da alcuni docenti di queste scuole.

Infine appare molto remota la possibilità d’accreditamento diretto  dello studio del fisioterapista in regione Lombardia. Oltre a essere bloccati i fondi per l’accreditamento di nuove strutture, è sempre stata “tastabile perfino nell’aria” la presenza di figure mediche e dirigenziali che devono avere un ruolo predominante sull’argomento.




Competenze professionali. Una nuova guerra dopo il comma 566? Allarme per un nuovo Accordo Stato Regioni.

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Il ministero della Salute ha inviato alla Conferenza Stato-Regioni una bozza di accordo  sulla definizione delle attività delle professioni sanitarie che rischia di accendere nuove polemiche per la definizione delle "competenze mediche" come "criteri limite". IL DOCUMENTO.
Nuovo rischio di tensioni tra professioni sanitarie e medici dopo quelle ormai quasi dimenticate del comma 566. La scintilla, secondo le prime indiscrezioni e i primi rumors che stanno circolando tra le professioni sanitarie in queste ore, è infatti ancora il tema delle competenze professionali e stavolta la causa scatenate è una bozza di Accordo Stato-Regioni per la Definizione delle attività delle professioni sanitarie nel Servizio sanitario nazionale, appena inviata (il 14 marzo) alla Conferenza dal ministero della Salute perché sia messa quanto prima all’ordine del giorno per l’approvazione. In quella bozza, secondo le professioni, si riaffaccierebbe lo spettro del temuto e mai condiviso "atto medico".
Il testo dell'Accordo è estremamente asciutto e nasce come conseguenza del precedente Accordo del 2013 sempre incentrato sulle attività delle professioni sanitarie, con cui si è dato mandato al Consiglio superiore di Sanità (il quale, dicono ancora le professioni, "non ha ascoltato le parti coinvolte come invece sarebbe stato il caso di fare") - di eseguire “la ricognizione delle attività di diagnosi, cura, assistenza, riabilitazione e prevenzione riservate alle professioni sanitarie, regolamentate ai sensi della normativa vigente, anche al fine di garantire la corretta informazione dell’utenza a tutela della salute”, per sancirle poi in un nuovo accordo, quello di cui è stata inviata quest'ultima bozza.

Il nuovo Accordo in sostanza prevede la definizione delle attività riservate alle professioni sanitarie e per farlo richiama la legge 43/2006 ribadendo i requisiti che questa prevede: titolo universitario con valore abilitante all'esercizio della professione, ordinamenti didattici dei corsi di laurea definiti da decreti dei ministeri dell'Università e della Salute, iscrizione obbligatoria all’albo  professionale (per chi ce l’ha) subordinata al conseguimento del titolo universitario abilitante, aggiornamento professionale secondo le stesse regole di quello della professione medica.
Fissa poi – secondo le professioni in modo improprio rispetto al mandato - criteri guida e criteri limite.
I primi sono il contenuto del profilo professionale, quello degli ordinamenti didattici e quello dei codici deontologici.
I secondi, I “limiti” cioè, sono le competenze previste per le professioni mediche e quelle delle altre figure professionali sanitarie, salvaguardando per queste ultime “l'apporto e l’integrazione che ogni figura può fornire nell'attività in team”.
Il tutto concentrato in un solo articolo (il secondo stabilisce, come vuole la prassi, l’invarianza finanziaria) che, se per gran parte del suo testo ha semplicemente ribadito i principi già espressi nella legge 43/2006, innesca la bomba della polemica nel momento in cui per definire ulteriormente il “campo proprio di attività e responsabilità” delle professioni, indica tre criteri guida e, pietra dello scandalo, due criteri limite, tra cui quello delle competenze mediche richiamando, appunto, il vecchio spauracchio di quell’atto medico su cui si sono alzate le barricate, in realtà mai ancora del tutto abbassate.
Il concetto di “criteri limite” – criticato, secondo quanto appreso, già per questo genere di definizione - è la goccia che rischia di far traboccare il vaso se non interverranno correzioni in corso d’opera che le professioni stanno già sollecitando. E per di più il fatto che uno dei criteri limite sia quello delle “competenze previste per le professioni mediche”, infuoca gli animi. Anche perché è giudicato un di più, visto che solo qualche riga prima, per le attività svolte dalle professioni sanitarie sono indicate quelle di prevenzione, assistenza, cura e riabilitazione e non già diagnosi e terapia, implicitamente proprie della professione medica.
Una pesante critica che, a quanto si apprende, le professioni sanitarie stanno formalizzando in vario modo alle istituzioni coinvolte – ministero e Stato Regioni – e che parte dal presupposto che l’Accordo avrebbe dovuto coordinare "l'esercizio delle rispettive competenze e svolgere attività di interesse comune delle professioni" e "non - si dice - alzare ulteriori steccati e fissare paletti invalicabili con indicazioni che di per sé nessuno ha mai pensato nei fatti di bypassare".

La bozza di Accordo, sempre secondo le indiscrezioni raccolte tra le professioni coinvolte, presenta però anche un rovescio della medaglia positivo. E’ l’interpretazione definitiva di un aspetto su cui finora ci sono state numerose contestazioni: quello dell’obbligatorietà dell’iscrizione agli albi per le professioni che li hanno. La bozza di accordo infatti stabilisce che, tra gli altri requisiti, le attività sanitarie sono riservate alle professionalità in possesso dell’“iscrizione obbligatoria all’albo professionale, laddove costituito, subordinata al conseguimento del titolo universitario abilitante”.
Più nessun dubbio quindi: per svolgere l’attività di infermiere, ostetrica, tecnico radiologia medica è d’obbligo l’iscrizione ai collegi. Per le rimanenti valgono tutti gli altri requisiti, finché, almeno, non sarà approvato il Ddl Lorenzin che con la trasformazione dei collegi in ordini prevede albi per tutti.



Responsabilità professionale e sicurezza delle cure. Ecco cosa cambia per operatori, Asl e pazienti.

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La legge 24/2017 “Disposizioni in materia di  sicurezza  delle  cure  e  della  persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale  degli esercenti le professioni sanitarie” è una realtà. Maggiore prevenzione degli eventi avversi, maggiore aderenza a linee guida e buone pratiche, diverso riparto della responsabilità tra strutture e professionisti e assicurazione obbligatoria.Giuristi ed esperti analizzano e commentano le singole norme di questa legge complessa e innovativa. SCARICA IL LIBRO.
Quando ero capo ufficio stampa del ministro della Salute Livia Turco (2006-2008) ricordo che, dopo l’ennesimo articolo sulla malasanità, chiamai una mia carissima amica e collega, Daniela Minerva, all’epoca capo redattore de l’Espresso e responsabile delle pagine di salute del settimanale, e le chiesi come mai i giornali e le Tv parlassero di sanità solo quando qualcosa andava storto, non dando mai conto delle migliaia di prestazioni giornaliere con esito felice che ogni giorno venivano portate a termine negli ospedali italiani.
La sua risposta mi illuminò definitivamente sull’annosa questione del rapporto tra media e sanità. “Caro Cesare - mi disse - pensi che il fatto che un paziente entri in ospedale malato ed esca sano possa mai essere una notizia? Questa è la norma. La notizia è quando entra con un problema alla gamba destra e gli operano la sinistra!”.
L’errore medico e la connessa azione di risk management necessaria a prevenire e scongiurare errori, malpractice, disfunzioni organizzative e quant’altro possa compromettere la sicurezza delle cure, diventa fenomeno controverso e di massa e in tempi tutto sommato recenti.

Anche se il primo a parlarne risulta essere nel 1768 il giurista inglese Sir William Blackstone, che nei suoi Commentaries on the Laws of England (1768) coniò il termine mala praxis (poi diventato malpractice) riferendosi all'attività medica, è solo a partire dagli anni ’80 (e quasi esclusivamente negli Usa) che l’errore medico e le sue conseguenze legali diventano un “problema” per la medicina e per gli ospedali.
Non perché prima non ci fossero errori (probabilmente ne accadevano molti, ma molti di più, di oggi) ma perché, sia nel medico che nel paziente, quella possibilità (qualcosa è andato storto, mi dispiace) era nell’ordine delle probabilità e come tale in qualche modo accettata.
Poi cambia tutto. La possibilità di ottenere un giusto risarcimento da parte del medico o della struttura sanitaria che si riteneva avessero compiuto un errore o che non avessero in ogni caso eseguito la procedura nel modo corretto, si è fatta avanti (poco importa stabilire se sia nato prima l’avvocato smaliziato o il paziente arrabbiato) e via via ha assunto caratteristiche di massa, con un numero sempre crescente di procedimenti, sia in sede civile che penale.
La cosiddetta “medicina difensiva” nasce come contromisura “negativa” a questa deriva medico legale e sostanzialmente si pone come forma di “passivo non agire” o “moltiplicatore esponenziale del momento diagnostico” per far sì che, un domani, il medico o la struttura possano presentare copiose documentazioni a loro tutela.
Sorvolo sulla stima (che ho sempre trovato inverosimile) dei costi che tali prassi comporterebbero per il sistema ma resta il fatto che il “contrasto alla medicina difensiva e ai suoi costi” sia diventato in questi ultimi anni una delle armi più usate per convincere il legislatore a fare qualcosa sul piano normativo e per consegnare al sistema sanitario e a quello giudiziario una cornice di norme capace di governare il fenomeno apparentemente inarrestabile del contenzioso medico legale.
In parallelo, con meno enfasi, ma senz’altro con più costrutto, si è lavorato a rafforzare il contesto organizzativo e professionale degli operatori studiando protocolli di sicurezza e di riferimento diagnostico, clinico e terapeutico tali da creare le condizioni più ottimali possibili per svolgere al meglio il proprio lavoro “evitando” il più possibile gli eventi avversi.
E anche in questo caso si è ravvisata ben presto la necessità di normare e regolare al meglio linee guida e standard di sicurezza così da avere un sistema omogeneo di sicurezza delle cure operante e attivo in tutto il Paese.
Ma certamente la spinta più forte a far sì che si arrivasse a una legge interamente dedicata alla sicurezza delle cure e al problema del contenzioso medico legale l’hanno data i medici.
E il perché è chiaramente desumibile dalla “paura” che essi hanno di entrare nella spirale del contenzioso medico legale. Secondo un’indagine del 2010 condotta dall’Ordine dei medici di Roma (un po’ vecchiotta, ma mai corretta da rilevazioni più recenti), il 78,2% dei medici ritiene di correre un maggiore rischio di procedimenti giudiziari rispetto al passato, il 68,9% pensa di avere tre probabilità su dieci di subirne e complessivamente il 65,4 % ritiene di subire una pressione indebita nella pratica clinica quotidiana a causa della possibilità di tale evenienza.
Ebbene dai medici la richiesta ai Palazzi della politica di fare qualcosa si è fatta via sempre più forte ottenendo una prima risposta organica sul finire del 2007 con un disegno di legge collegato alla legge finanziaria del ministro Turco per “La qualità e la sicurezza del Ssn”.
Il progetto prevede l’istituzione di specifiche unità per la gestione del rischio clinico e di servizi di ingegneria clinica nelle Asl e negli ospedali per ottimizzare le attività e gli interventi di prevenzione degli errori e per il controllo costante della sicurezza delle apparecchiature e nuove misure atte a favorire la soluzione extragiudiziale delle controversie conseguenti ad errori medici che consentano un rapido accesso agli indennizzi per i pazienti danneggiati.
Quel progetto di legge non vedrà mai la luce, complice anche la fine anticipata della legislatura pochi mesi dopo. Ma in qualche modo il seme è lanciato.
Il tema della sicurezza delle cure e quello della necessità di affrontare il nodo della responsabilità professionale si afferma anche in Parlamento e un primo provvedimento riesce ad essere varato nel 2012, il cosiddetto “Decreto Balduzzi” che introduce il concetto delle linee guida quale riferimento per la valutazione dell’eventuale colpa del medico prevedendo che, attenendocisi, si risponderà dei danni solo in caso di dolo o colpa grave.
Viene poi istituito un fondo ad hoc per la copertura assicurativa del rischio professionale e previste altre norme sui contratti assicurativi.
Ma non basta. Per molti quelle norme sono insufficienti, se non “inutili” (come le definì l’allora presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce).
Da allora il Parlamento non si è più fermato e con l’avvio della legislatura iniziata nel 2013 vengono presentati diversi disegni di legge in materia da quasi tutte le forze politiche che confluiranno poi in un testo unificato dal titolo “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie” che finalmente viene approvato in via definitiva il 28 febbraio 2017.
Vale la pena ricordare infine che un anno e mezzo fa, una parte originaria di questa legge, quella dedicata più strettamente al risk management, fu stralciata e inserita nella legge di stabilità 2016 prevedendo che tutte le strutture sanitarie attivino un’adeguata funzione di monitoraggio, prevenzione e gestione del rischio clinico e inserendo norme innovative sugli audit clinici connessi ad episodi di eventi avversi con il fine di favorire l’emersione di problematicità legate alla sicurezza delle cure.
Questo libro, per il quale ringrazio per la generosità progettuale e realizzativa, tutti gli autori*, a partire da Luca Benci che ha lanciato l’idea, ha l’obiettivo di fornire una prima chiave di lettura ragionata sulle singole norme di questa legge complessa, le cui ricadute applicative penso daranno comunque “molto lavoro” a giudici e avvocati che si troveranno a dover operare sulla materia del contenzioso medico legale in un quadro completamente innovato rispetto al presente.
I desiderata del legislatore che l’ha votata e della stragrande maggioranza degli operatori sanitari che l’hanno accolta con favore, sono segnati dall’auspicio di un effettivo cambiamento che dia luogo a una maggiore serenità professionale per chi ha il compito di assistere e curare e a una maggiore certezza per il cittadino di essere curato e assistito in sicurezza, fermo restando il diritto al giusto risarcimento qualora si dovesse restare vittima di un effettivo episodio di malasanità.
Auspici che non posso che condividere.
Cesare Fassari



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